“The power to die” di Amanda

Il suicidio come resistenza: The Power to Die di Terri Snyder. Questa intervista, a cura di Jessica Parr, è apparsa per la prima volta il 18 novembre 2015 su The Junto sotto licenza Creative Commons.  

Terri Snyder è docente di American Studies alla California State University a Fullerton ed è specializzata in schiavitù e genere. Nel 1992 ha conseguito un Dottorato di Ricerca alla University of Iowa. Nel 2003 Cornell University Press ha pubblicato il suo primo libro Brabbling Women: Disordered Speech and Law in Early VirginiaThe Power to Die: Slavery and Suicide in British America è il suo secondo libro. 

JUNTO: Può dirci cosa l’ha portata a lavorare a questo progetto? 

SNYDER: Per il mio primo libro, stavo facendo alcune ricerche negli archivi dei tribunali distrettuali nella Virginia del diciassettesimo secolo, e mi sono imbattuta in una ondata di suicidi di giovani inglesi, per la maggior parte maschi, sottoposti alla “servitù debitoria”. Ho provato a tracciare le loro origini e provenienza, ma non è saltato fuori molto. Però la loro morte è rimasta con me. Ho cominciato a collezionare ogni riferimento al suicidio in cui mi sono imbattuta, sia nei registri legali che legislativi, giornali e periodici, diari e lettere. Inizialmente ho pensato a uno studio che esplorasse le diverse popolazioni coinvolte (Nativi, Africani, Europei) dalla fondazione del Nord America. Alla fine mi sono concentrata sui suicidi degli uomini e le donne schiavizzatə perché nel contesto della schiavitù la loro morte si faceva carico di più ampi significati politici, sociali e culturali, e in particolare esponeva i paradossi e le contraddizioni dell’istituzione schiavista. Inoltre, già a partire dalla Rivoluzione Americana, testimonianze di suicidi fra lə schiavizzatə venivano utilizzati per opporsi all’ingiustizia e la disumanità della schiavitù. Considerando cosa avevo scoperto riguardo la visibilità, i significati e le politiche dell’autodistruzione, ho sentito che quella storia di schiavitù e suicidio doveva essere scritta.

JUNTO: In questi anni (attorno al 2015 NdT) sono stati pubblicati un paio di ottimi libri sulla schiavitù e la regolamentazione dei corpi schiavizzati, il libro di Jennifer Morgan Laboring Women, sulle donne schiavizzate e il controllo dell’aspetto riproduttivo e del travaglio, e il libro di Vincent Brown, The Reaper’s Garden che esplora ciò che l’autore definisce “politiche mortuarie” (in originale “mortuary politics”, NdT) e si interroga sui concetti di agency e potere nella morte. Quest’ultimo sembra essere stato particolarmente influente nel suo lavoro. Secondo lei cos’è la cosa più importante che i suicidi dellə schiavizzatə e la conseguente reazione pubblica possono dirci sul controllo dei corpi schiavizzati?

SNYDER: Nel contesto della schiavitù, la morte per suicidio era spesso costruita come un potente atto politico. A prescindere da cosa intendevano le donne e gli uomini schiavizzatə, i loro atti di autodistruzione mandavano il messaggio viscerale che lə schiavistə non avevano il totale controllo dei corpi schiavizzati. Il potere del suicidio si può stimare in base alle reazioni dellə schiavistə. 
Durante la Tratta Atlantica, il suicidio destabilizzava l’ordine a bordo della nave; le ciurme usavano le reti per impedire aə prigionierə di saltare fuori bordo, e alimentavano a forza coloro che rifiutavano cibo, acqua e medicine.
Quando questi meccanismi preventivi fallivano alcuni capitani dissacravano i cadaveri deə suicidə o li davano in pasto agli squali che si approcciavano alle navi. Per la maggior parte dell’era prebellica nelle società schiavili nordamericane i cadaveri degli e delle schavizzatə che morivano suicidə hanno continuato ad essere profanati – decapitati, smembrati o lasciati a decomporsi sulle forche o gli argini dei fiumi – come avvertimento per gli altri membri della comunità di schiavizzatə.
Anche se è vero che nell’Europa premoderna le punizioni per suicidio potevano includere la profanazione post-mortem, queste pratiche erano utilizzate per dissacrare i cadaveri dellə schiavizzatə molto dopo averli lasciati per coloro che erano liberi. Le pratiche di profanazione imitavano le punizioni premoderne per tradimento esattamente perché i suicidi dellə schiavizzatə erano intesi come violazioni politiche dell’autorità schiavista.
Anche le reazioni pubbliche al suicidio dellə schiavizzatə variavano. Sui giornali, i periodici, nei romanzi e negli spettacoli teatrali, ad esempio, il suicidio, specialmente quando praticato dagli uomini schiavizzati, veniva dipinto come un atto coraggioso e onorevole. Di fatto alcuni testi esternavano ammirazione per gli schiavizzati che sceglievano la libertà della morte invece della tirannia della schiavitù. E, ovviamente, le reazioni degli uomini e delle donne schiavizzatə erano differenti da quelle dellə schiavistə. Abolizionistə ed ex-schiavizzatə afroamericanə non condannano costantemente il suicidio, e in una serie di interviste a ex schiavizzatə e ə loro figlə condotte dalla WPA negli anni ’30, almeno alcune delle fonti consideravano il suicidio dellə schiavizzatə come una vittoria nei confronti di padronə, sorvegliantə e guardianə.
Il suicidio di quegli uomini e quelle donne ridottə in schiavitù può anche esporre pubblicamente le contraddizioni dell’istituzione schiavista. Nonostante per la legge del Nord America britannico lə schiavizzatə erano definitə come proprietà, e quindi in teoria non avevano lo status giuridico di persone, i loro atti di autodistruzione erano visibili e potenti rivendicazioni di umanità. La loro morte per suicidio era capace di sfidare in modo scioccante la finzione giuridica della mercificazione degli esseri umani. Tale contraddizione non era evidente solo sulle navi schiaviste e nelle piantagioni, ma anche sui giornali, sulla scena e nella letteratura. Lə primə abolizionistə riconoscevano le implicazioni politiche di questo paradosso, ed è per questo che utilizzavano le testimonianze di autodistruzione per protestare l’immoralità della schiavitù.
Ho preso il titolo del mio libro dai uno dei primi esempi di questo genere che sono stati stampati, che risale al 1773.

JUNTO: Lei tratta l’evoluzione di concetti come “buona salute e “cattiva salute” sia per lə europeə che per lə africanə, e specificamente come in alcune culture africane il suicidio fosse culturalmente più accettabile, perfino ascrivibile alla “buona salute”. Ad un certo punto, citando Michael Gomez, nota che per alcune popolazione dell’Africa occidentale il suicidio potrebbe essere considerato un “canale per ricongiungersi con lə antenatə”. Può dirci di più in proposito?

SNYDER: Per molte popolazioni premoderne dell’Africa occidentale o centrale, come gli Igbo, il suicidio era una straordinaria trasgressione legale e spirituale, più o meno come è visto in Europa. Il punto di Michael Gomez è che l’accelerazione della tratta schiavista verso le Americhe ha cambiato i modi in cui gli Igbo e altre società africane considerano la morte autoinflitta. 
Il suicidio divenne più plausibile e accettabile nel contesto della schiavitù. E la morte – perfino per suicidio – si fece portatrice di rinascita e trascendenza. L’anima può ritornare in Africa, trasmigrare verso la terra natia, riunirsi allə avə, o sperimentare una rinascita spirituale nelle famiglie. L’enfasi sulla riunificazione e la rinascita emerge nella leggenda degli africanə volanti raccontata nelle interviste a ex schiavizzatə. La leggenda ha origine da un suicidio collettivo operato da schiavizzatə appena deportati sulle Sea Islands, al largo delle coste di Georgia e Carolina del Sud nel 1803 (il suicidio di massa di Igbo Landing NdT); più che di suicidio le testimonianze sostennero che lə prigionierə africanə hanno lasciato cadere le zappe nei campi e sono volatə a casa in Africa.
Quindi lə ex schiavizzatə avevano le loro potenti spiegazioni al suicidio dellə schiavizzatə, che controbilanciavano le narrazioni dellə schiavistə. Anche artistə contemporaneə che discendono dallə africanə hanno considerato questi temi di volo e trascendenza in relazione alla schiavitù. Due esempi sono il libro Canto di Salomone di Toni Morrison (1977) e The Slave Ship (1976), l’immagine di Manuel Mendive che ho usato come copertina del mio libro. A moltə osservatorə questo dipinto ricorderà la famosa illustrazione abolizionista della nave schiavista Brooks (1788) perché allo stesso modo Mendive concentra la nostra attenzione sulla stiva di una nave schiavista. Tuttavia nella sua rappresentazione sono moltə lə prigionierə a catturare lo sguardo dellə osservatorə; sono posizionatə in modi diversi – alcunə sdraiatə, altrə che si sollevano – e vengono catturatə al crocicchio fra la vita e la morte. Sotto la prua, una figura sta cadendo in mare, forse è un suicidio. A poppa i pesci guizzano fuori dall’oceano e, assieme ad altre creature marine, ascendono verso una figura sospesa verso il più alto dei cieli. Forse prima viene la morte, ma la seguono trasformazione e rinascita.

JUNTO: Come rispondevano al suicidio quellə coinvoltə nella tratta schiavista, inclusə lə proprietarə delle piantagioni? Ha trovato variabili legate al luogo, come ad esempio differenze fra la nave e la piantagione, fra i Caraibi e la Carolina?

 SNYDER: Il suicidio dellə schiavizzatə era punito con misure corporali violente che avevano lo scopo di terrorizzare le altre persone schiavizzate sulle navi e nelle piantagioni. Come ho accennato, alcuni capitani davano i cadaveri in pasto agli squali. Altrə schiavistə decapitavano lə suicidə – o ordinavano allə loro schiavizzatə di farlo – e dichiaravano che il corpo smembrato non avrebbe mai potuto ricongiungersi allə antenatə. Non ci sono prove che le persone schiavizzate che erano costrette ad assistere a queste scene raccapriccianti interiorizzassero il messaggio o ci credessero.
Un’altra forma di continuità fra le navi e le piantagioni era la volontà dellə schiavistə di disgiungere i suicidi dellə schiavizzatə dai processi e le istituzioni della schiavitù. In altre parole, lə schiavistə attribuivano il suicidio all’etnia Africana, il temperamento e le paure, piuttosto che la schiavizzazione forzata di donne e uomini. E sì, sono sopravvissute prove che suggeriscono che il tasso suicidio variava a seconda della località e della regione. 
Alti tassi di mortalità sembrano aver favorito il suicidio a bordo delle navi così come in regioni, come le colonie di canna da zucchero dei Caraibi, dove un grande numero di schiavizzatə moriva entro il primo anno dall’arrivo. Tuttavia è importante notare che se nel diciottesimo secolo, in una indagine parlamentare sulla tratta atlantica verso i Caraibi britannici, sono state raccolte diverse testimonianze oculari riguardanti il suicidio dellə schiavizzatə, non esiste un equivalente del genere nell’America del nord.

JUNTO: Cosa significavano i suicidi dellə schiavizzatə per le politiche abolizioniste? 

SNYDER: Esiste un collegamento diretto fra i suicidi dellə schiavizzatə e l’iniziale attivismo abolizionista. Nel 1773, per esempio, apparve sui giornali di Londra un articolo sul suicidio dellə schiavizzatə; più tardi si è fatto strada anche nei giornali coloniali. Il pezzo includeva la storia di uno schiavizzato senza nome che era sfuggito al suo padrone dopo essere stato portato a Londra. Era stato battezzato e intendeva sposare la sua promessa, una serva bianca, quando venne catturato e incarcerato su una nave attraccata nel Tamigi. Si sparò mentre aspettava di essere riportato nei Caraibi. In risposta all’articolo, due avvocati scrissero The Dying Negro (Il Nero Morente NdT), uno dei primi attacchi letterari alla schiavitù, che divenne popolare in entrambe le sponde dell’Atlantico. In seguito, nel periodo prebellico, con l’emergere delle narrazioni di ex schiavizzatə, veniamo in possesso di racconti di suicidio più sostanziali, testimonianze oculari. In alcuni di essi, uomini e donne schiavizzatə rivelano i propri pensieri autodistruttivi e ricordano i suicidi di altrə schiavizzatə. È questo a cambiare la percezione e il significato del suicidio nella schiavitù. 
Nelle poetiche abolizioniste precedenti come The Dying Negro, erano persone libere e partecipi a raccontare i suicidi dellə schiavizzatə. Nonostante la morte del protagonista venisse rappresentata come una tragica e moralmente difendibile risposta alla schiavitù, precludeva ogni occasione di libertà. Al contrario, l’inquadramento della narrativa schiavile permetteva aə protagonistə di parlare dei propri pensieri suicidi e divulgare atti di autodistruzione da parte di altri membri della comunità di schiavizzatə.
Il suicidio continua a farsi portavoce delle atrocità della schiavitù – stupro, vendita forzata e separazione delle famiglie, punizioni brutali e violenti regimi di lavoro – ma la sopravvivenza deə narratorə si apre alla possibilità della libertà, alla prospettiva di cittadinanza e la speranza di stabilità domestica.

JUNTO:  Quali sono state le sfide più difficili che ha incontrato nelle sue ricerche per scrivere questo libro?

SNYDER: Qualsiasi storicə deve confrontarsi con la penuria di fonti da parte delle persone schiavizzate, specialmente nel periodo che precede la fondazione degli Stati Uniti. In più, poiché il suicidio dellə schiavizzatə si rifletteva negativamente sulla reputazione dellə schiavistə, spesso questə ultimə occultavano o sopprimevano informazioni sulla sua incidenza. 
Per esempio, alcuni articoli di giornale e procedimenti legali fanno ricadere la colpa del suicidio alla intemperanza di padronə o sorvegliantə; unə schiavizzatə ha riportato che lə suə padronə gli ha impedito perfino di riferirsi al suicidio; e coltivatorə della Virginia del diciottesimo secolo hanno dichiarato di non aver sentito parlare di una singola istanza di suicidio durante la schiavitù. Non c’era niente che richiedesse ai funzionari coloniali o lə schiavistə di documentare le morti delle persone schiavizzate, malgrado sia stato fatto in alcune circostanze, quando per esempio morivano dopo aver commesso supposti crimini, o erano assicuratə, ipotecatə o sotto garanzia. In quei casi lə schiavistə potevano ricevere un compenso per le morti autoinflitte deə loro schiavizzatə, quindi sono sopravvissute alcune petizioni legislative, procedimenti legali e verbali del medico legale che forniscono le prove di quei suicidi. Ovviamente queste fonti devono essere utilizzate con cautela. Ma prima della pubblicazione di testimonianze schiavili nel diciannovesimo secolo, in ogni caso, le fonti descritte in precedenza, e altre – quelle di capitani, chirurghi, commercianti e schiavistə – sono molto utili per investigare il suicidio delle persone schiavizzate, a patto che vengano lette con la consapevolezza dei loro limiti.

JUNTO: Su cosa sta lavorando ora? 

SNYDER: Ho qualche idea in ballo. Sto facendo le ricerche per un progetto sulle freedom suit (le freedom suit erano cause intentate contro lə schiavistə per rivendicare la libertà dellə schiavizzatə, spesso sulla base di discendenza da un antenato materno libero, o residente in uno stato o territorio libero. NdT) nelle colonie prima della Crisi Imperiale, e sto provando a tracciare le origini e le tradizioni dell’attivismo legale nero nei tribunali molto antecedenti all’ondata di freedom suits che seguì la Rivoluzione Americana. 
Sto anche lavorando alla biografia di una delle famiglie americane delle origini. Lo studio ha inizio sulle coste orientali della Virginia nel 1703, con il matrimonio di una donna Nera libera e un uomo schiavizzato. La coppia ha avuto sette figlə, e il mio libro segue le storie di questə figlə mentre loro e lə loro discendenti diventano adultə e migrano attraverso e oltre le coste dell’Atlantico.
Sono particolarmente interessata ad usare questa storia famigliare per comprendere la mutevole esperienza di razza, legge e libertà nell’America degli inizi.

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